“Come sferragliavano, tra sobbalzi e cigolii, i tram della mia infanzia. E come squillavano i blen blen blen del martello a pedale con cui il conduttore metteva fretta ai passanti che attraversavano i binari troppo lentamente. E come scivola via, adesso, silenziosamente, questo lucertolone che porta il numero 3 quale segno distintivo, orgoglioso del suo capolinea a Valle Giulia, nel verde di Villa Borghese. Abbiamo vissuto vent’anni altrove e della nostra città, mai dimenticata, vogliamo riprenderci il cuore…”
E’ con queste parole che prende l’abbrivio il film mentre il bel tram, luminoso e deserto, ingoia le curve a gomito che imboccano l’umbertino Viale Regina Margherita. Presto si riempirà di una folla multietnica e Marina si chiederà: “Chi vive oggi in questa città? Di chi é questa città!? Perché il giovane nord africano che siede davanti a me porta quel FIGHTER sul berretto? Sospettiamo! Infastiditi e timorosi…”
Ed eccoci immersi nell’orgia digitale del turismo instancabile, prevalentemente asiatico, che sale sugli spalti del Colosseo. E’ da qui che inizia la nostra ricognizione, per capire in quale città siamo tornati a vivere. Dicono che Roma sia una puttana di poco prezzo, tuttavia inafferrabile. Ci mescoliamo alla folla di un saturnale trasteverino per smentire questa diceria. Tra musicisti e artisti di strada, africani intelligenti, turisti che si sottraggono alla nostra telecamera ed altri che si espongono, riusciamo a gustare fino in fondo la nostra prima notte romana. “Cos’è Roma per me?”, si chiede Marina, che in questa città è nata e radicata dai tempi di Giulio Cesare. “Identità ed energia! Rifugio e spinta poderosa verso il mondo…”, dice. Una città che non imprigiona. Che è bello incontrare, per lasciarla, per ritornarci…
E’ durante questa prima notte, sfolgorante di luci, che abbiamo deciso di incrociare cronaca e Storia, creatività selvaggia e ambiziosi progetti artistici, sofferenza quotidiana e benessere, marginalità e cultura, eutanasia e gioia di vivere…
Ne è venuto fuori un film di 87’, girato, nel corso dell’anno 2017, con una Go Pro Hero5black, assai efficace anche nella “presa diretta” del suono. Blok notes e camera stylo che ci ha consentito un meditato diario in pubblico, ma anche improvvisazioni vivificanti…
In tutto ciò un “mossiere” c’è e non serve che si nasconda dietro le telecamere con le quali gira armato, amoroso investigatore del mondo quale é. Non ha appaltato il suo erotismo a nessuno dei collaboratori che hanno accompagnato la sua carriera fino alla lavorazione di Giamaica (1998), né che si trattasse dei direttori della fotografia od operatori alla macchina, e nemmeno dei fonici di presa diretta. Ai quali, beninteso, riconosce virtù e insegnamenti preziosi. Ma é dal 2000 che il “mossiere” si è ripreso sguardo e udito ridiventando il filmaker delle proprie origini, abolendo i vincoli e le ostruzioni del cinema tradizionale che gli impedivano l‘estrema vicinanza alle cose e persone di cui voleva e poteva innamorarsi.

Caro Luigi, ho visto il vostro lavoro più recente e sempre con grande piacere. Ormai hai raggiunto un format di racconto efficace e preciso, appunti sparsi (e approfonditi) sull’attualità, con qualche allarme (annunciato dai trilli di un gong tibetano) che dà i brividi, da Casa Pound ai rigurgiti razzisti nelle periferie estreme, alle tante colpevoli dimenticanze del mondo abbiente. Davvero un bel lavoro, all’altezza dei precedenti. Di pura eccellenza il saluto a Roma di Marina, che seduta sul tram numero 3 finito presto in panne è una magnifica metafora dell’attuale sfascio della strade e dei servizi della città. Puro colpo di genio: te un po’ in controluce, che con il tono di un capocomico gigione, sorpreso in vestaglia, trasformi un fungo con i peli (selezionato e coltivato nel deserto del Negev!!!) in un piumino per le ascelle. Neanche Apollinaire con i suoi amici dadaisti. Un vero godimento. Bravi. Ancora grazie e sinceri complimenti…
Piero Spila  

Marina e Roma, Roma (ma non soltanto Roma) e Marina. Una combinazione alla quale l’instancabile reattività di Faccini non poteva resistere oltre. E infatti ecco le due realtà che si confrontano, colloquiano, si fondono in un fluire continuo di notazioni e variazioni orchestrate da una regia penetrante ma non invadente. Le immagini sgorgano con naturalezza, trascorrendo dai percorsi turistici alle periferie smisurate, facendo posto sia agli incontri inevitabili sia alle interviste a sorpresa. E da tutto – dal vecchio giovane che riflette sul buono che c’è ancora a Tor Bellamonaca, all’ex ragazzo di strada che ha partecipato a Notte di stelle e Giamaica, dal venditore africano nato a Dakar che non cambierebbe Roma con altre città italiane alla ragazza di periferia che si è tirata fuori dal “marcio” che la circondava, dai bar tradizionali a quelli più sofisticati – scaturisce l’atmosfera di un luogo unico al mondo, dove a dispetto di innegabili carenze e cedimenti sopravvive un confortante flusso di umanità. Qui bello e brutto, grazie allo sguardo di Marina e all’obiettivo di Faccini che non trascurano nulla – musei e riunioni intellettuali, urgenze civili e pericolo di ronde nere, mercati urbani e ricordi di viaggi – travalicano il dato oggettivo per stabilire una complessità avvolgente, emozionante, al riparo dai luoghi comuni. Un magistrale ritratto umano (Marina) e di città (Roma) che stimola l’interesse e appaga in profondità. Grazie!
Piero Pruzzo

Carissimi, finalmente ho visto “Giro di boa”: bellissimo, toccante. Marina è un’attrice eccezionale.Commoventi le dediche ad Anna Magnani, Pier Paolo Pasolini e Fred Astaire (quella a Cyd Charisse mi ha tolto il fiato, per la sorpresa e la gioia). Scriverò sul film un commento, che pubblicherò ad anno nuovo su Diari dei cineclub, mensile online su cui tengo, appunto ogni mese, una rubrica fissa. Mi ha commosso anche il finale sardo, a Ghilarza, al museo Gramsci., tra launeddas e canto a tenore. C’ero  stato di recente e, nell’ultimo paio d’anni sto leggendo molto di Gramsci e su Gramsci (mi vado convincendo che il Gramsci degli scritti carcerari – Lettere e Quaderni – sia l’unico italiano del periodo fascista che merita di essere letto e studiato). Un abbraccio,  un bacio a Marina.
Stefano Beccastrini

Marina dans le tram

Sul Giornale dei Cineclub. A proposito del film Giro di boa (2018), regia di Luigi Monardo Faccini, con Marina Piperno, Roma, il deserto del Negev, la città di Ghilarza e ancora altri luoghi e personaggi…

Prologo. A Roma, sul tram numero 3 “Come sferragliavano, tra sobbalzi e cigolii, i tram della mia infanzia. E come squillavano i blen blen blen del martello a pedale con cui il conduttore metteva fretta ai passanti che attraversavano i binari troppo lentamente. E come scivola via, adesso, silenziosamente, questo lucertolone che porta il numero 3 quale segno distintivo, orgoglioso del suo capolinea a Valle Giulia, nel verde di Villa Borghese. Abbiamo vissuto vent’anni altrove e della nostra città, mai dimenticata, vogliamo riprenderci il cuore…”. Marina dice queste cose toccanti – soprattutto se pronunciate dalla sua voce austera, capace di evocare l’intera storia del mondo, pur non subendone la nostalgia e vivendo sempre nel e del presente – mentre è assisa su un lungo e moderno tram romano: così inizia l’ultimo film che ho visto nell’anno appena terminato, il magnifico Giro di boa che Marina Piperno e Luigi Faccini – la coppia più bella del cinema italiano anzi mondiale – mi hanno gentilmente, e con mio immenso piacere, regalato in DVD in occasione delle festività. Simili doni consolano dalle tante miserie e delusioni cui andiamo incontro, in questa Italia sempre più priva di bussola. Proprio di questo film vorrei parlare, questo mese, ai lettori di Diari di Cineclub, per spingere tutti quelli che amano davvero il buon cinema a cercarlo, trovarlo, vederlo e rivederlo, gustandolo e meditandoci sopra. Ma che cos’è Giro di boa? A differenza di altre opere della coppia Faccini/Piperno, più compatte e unitarie per quanto generalmente più lunghe, questo è un film articolato e complesso, divagante, profondamente poetico ma apparentemente – soltanto apparentemente, però – alla continua ricerca di un centro, di un asse tematico dominante. Ne emerge un’opera di 85’, girata nel corso del 2017 con una Go Pro Hero5black, assai efficace anche nella “presa diretta” del suono: “Block notes e camera stylo che ci ha consentito un meditato diario in pubblico, ma anche improvvisazioni vivificanti” ha scritto lo stesso Faccini. Così vediamo Marina e Luigi – il quale, peraltro, tranne un paio di ironiche apparizioni è quasi sempre nascosto dietro la macchina da presa – e li ascoltiamo mentre vagano per Roma (ma anche mentre mangiano fusilli con zucchine e pecorino a casa propria), parlano con la gente, incontrano belle persone (quali, per esempio, il poeta Mario Lunetta o lo scultore Gunter Demnig) e brutti ceffi (quali i gruppi fascisti e razzisti) ma anche dialogano tra sé sul presente (per esempio, sulla complessa questione del testamento biologico) e sul passato (per esempio, quello del popolo ebraico, che con la storia di Roma da secoli è strettamente intrecciato) ma toccano anche altri luoghi, ricchi di suggestioni e testimonianze, quali Israele (con il deserto del Negev) o la Sardegna (con la chiesa paleocristiana e protoromanica di San Giovanni in Sinis o la casa-museo di Gramsci a Ghilarza). Ritorno a Roma: “Ed eccoci immersi nell’orgia digitale del turismo instancabile, prevalentemente asiatico, che sale sugli spalti del Colosseo” dicono Marina, sullo schermo, e Luigi, dietro la macchina da presa, tornati a Roma dopo vent’anni trascorsi fra Lerici, l’Amiata e il mondo intero. E proseguono: “E’ da qui che inizia la nostra ricognizione, per capire in quale città siamo tornati a vivere. Dicono che Roma sia una puttana di poco prezzo, tuttavia inafferrabile…Ci mescoliamo alla folla di un saturnale trasteverino per smentire questa diceria. Tra musicisti e artisti di strada, africani intelligenti, turisti che si sottraggono alla nostra telecamera ed altri che si espongono, riusciamo a gustare fino in fondo la nostra prima notte romana”. Gustarla, sì, ma ponendosi domande:“Cos’è Roma per me?”, si chiede Marina, che in questa città è nata e in essa si sente ben radicata: “Rifugio e spinta poderosa verso il mondo…” ella afferma: una città che non imprigiona, insomma, che è bello incontrare, per lasciarla e per ritornarci. E’ proprio durante questa prima notte sfolgorante di luci e nella quale i due innamorati (l’uno dell’altra e viceversa ma anche, entrambi e assieme, di Roma, del cinema, del mondo intero e di chi chiunque faccia qualcosa per salvarlo dall’abisso della barbarie) si immergono con giovanile curiosità, decidono “di incrociare cronaca e Storia, creatività selvaggia e ambiziosi progetti artistici, sofferenza quotidiana e benessere, marginalità e cultura, eutanasia e gioia di vivere…”. Per esempio, quella del giovane senegalese che, lasciata nella sua Africa lontana la famiglia, afferma di preferire Roma a qualsiasi altra città. Nei pressi del Colosseo, il modernissimo tram improvvisamente si guasta e Marina deve scen­dere e incamminarsi, seguita dall’angelo-custo­de-con-la-macchina-da-presa (che ama, tutta­via, autodefinirsi “mossiere”), verso l’Arco di Tito. “Vergogna sanguinosa per noi ebrei – dice mesta Marina – Inizio della grande dispersio­ne del popolo ebraico”. Menorah è il nome tra­dizionalmente attribuito dagli ebrei al loro candelabro a sette braccia, sempre presente durante le sacre cerimonie e il cui prototipo, in metallo prezioso, si trovava nel tempio di Gerusalemme, saccheggiato e distrutto nel 70 d.C. dalle legioni guidate da Tito. Proprio quella Menorah d’oro, la cui forma è ispirata probabilmente al roveto ardente di mosaica memoria, è scolpita, e raffigurata quale preda di guerra poi andata perduta, nel famoso Ar­co: proprio per questo gli ebrei, discendenti di quelli trasferiti a Ro­ma in catene, si rifiutavano di passare sotto quel monumento considerato maledetto da Dio.

Nel corso del loro girovagare per Roma, scoprendo o riscoprendo luoghi e persone e con loro intrattenendosi, i due partecipano anche, presso il Parlamento, a una riunione dell’associazione ebraico-palestinese Parents Circle, composta da uomini e donne, appartenenti a entrambi i popoli, che hanno avuto un congiunto ucciso durante l’interminabile conflitto che va insanguinando, da oltre settant’anni, quelle povere terre che sono parimenti giudaiche e palestinesi. I membri dell’associazione vogliono che si costruisca finalmente una pace durevole, tramite la creazione di due stati autonomi, paralleli, pacificamente collaboranti pur se ispirati da fedi religiose diverse. Sulla scia dell’incontro con i Parents Circle, il film mostra poi varie sequenze girate durante un viaggio, avvenuto qualche anno prima, nel deserto del Negev, situato nel sud d’Israele (Negev, in ebraico, significa appunto “meridione”), al confine con la penisola del Sinai la quale, come narra il biblico Libro dell’Esodo, fu percorsa da Mosè durante la fuoriuscita degli Ebrei dall’Egitto. Marina fissa intensamente il paesaggio, nel quale domina un ocra diffuso e non i colori bruciati, più aridamente marroni, che lei si sarebbe aspettata. Quel paesaggio l’affascina, lo sente risuonare dentro di sé, dice di provare verso di esso un’attrazione irresistibile che giunge da lontano, dagli atavici tempi in cui il popolo ebraico – i suoi avi – fuggiva, appunto, dalla schiavitù egiziana e Dio dettava a Mosè le tavole della Legge. Notte di stelle: quasi trent’anni dopo In una vecchia, ma per nulla invecchiata, intervista su Il Tirreno Luigi parlava del suo straordinario film romano dedicato nel 1991 ai ragazzi delle periferie invisibili, una storia disperata e romantica, pasoliniana verrebbe da dire, che narra – con rigorosa purezza stilistica – del breve sodalizio tra Luana, cantante di liscio che vorrebbe cantare il blues, Lucio, operatore sociale e filmaker, e Carlo, graffitaro appena uscito dal carcere. “L’immersione nella realtà del quartiere romano di Tor Bella Monaca – diceva allora Faccini – mi ha consentito di sviluppare le analisi di Pier Paolo Pasolini sulla crescente omologazione che avrebbe cancellato dalla nostra memoria ogni matrice contadina. È lui il padre putativo di questo film, omaggio alla sua figura e al suo sacrificio. Seguendo le sue riflessioni su ciò che andava mutando nella società italiana, proprio negli anni immediatamente precedenti la sua uccisione, ho cercato di scoprire che cosa fosse successo al di là di quell’anello di ferro e fuoco che è il  Grande Raccordo Anulare, a Roma, una specie di vallo o sbarramento oltre il quale sono nati i quartieri ghetto. Come se per governare il disagio sociale bastasse costruire casermoni e torri di cemento, allontanando dal centro i problemi della città. È là, oltre il Raccordo, che le amministrazioni comunali hanno voluto concentrare ogni possibile devianza. Ma non si trattava di problemi. Si trattava di persone. Il disagio, invece di spegnersi, è aumentato. A causa dell’isolamento cui le persone sono costrette è diventato degrado. E il degrado non è un cassonetto che vomita rifiuti o un muro scrostato. Il vero degrado è l’analfabetismo, coperto da quello di ritorno. Non leggere un libro, non guardarsi negli occhi, non decidere di crescere, in sé e con gli altri, è questo che consolida l’esclusione. Nelle periferie urbane anche i sogni sono degradati. La realtà è così impoverita e violenta che li stritola sul nascere. Notte di stelle è stato il mio tentativo di prendere contatto con questa realtà…”. Quel vecchio (vecchio? Modernissimo!) film terminava con una sconfitta: Carlo muore, Luana torna forzatamente a cantare il liscio, Lucio – che non si arrende – prende un impegno con se stesso, quello di “Imparare ad ascoltare la gente”. Luigi e Marina tornano, in Giro di boa, a parlare con la gente di Tor Bella Monaca e ritrovano, tra tanti amici antichi e nuovi, la ragazza che aveva a suo tempo interpretato Luana: Antonella Taccarelli. Non è diventata, come invece sognava, né una celebre cantante di blues né una famosa stilista ma ce l’ha fatta a diventare, invece che perdersi nel nulla, una donna felice di essere l’umile sposa di un principe azzurro di periferia e la modesta madre di un bel bambino, nonché di cuocere un delizioso pranzo per la sua famiglia a cui Marina e Luigi partecipano volentieri: anche in questo modo si sfugge alla balordaggine mortale delle periferie. Amici e luoghi amichevoli Vagando assieme per Roma, Marina e Luigi incontrano anche amici, oltre che gente anonima – e tutta da scoprire – e persino nemici dichiarati quali i neofascisti e i razzisti, gente che mette paura. Di belle persone, amiche appunto, ne citerò due soltanto, scelte tra coloro che non mettono paura ma suscitano sentimenti di pace e di accoglienza. Il primo è Mario Lunetta, letterato e poeta, incontrato durante la presentazione del suo ultimo libro di versi, “L’allenamento è finito”, su una copia del quale egli scrive una bellissima dedica: “A Marina e Monardo che non smettono mai di farsi amare da me” (Luigi, infatti, si chiama in realtà Luigi Monardo). Verso la fine del film Marina, che ha appreso la notizia da una telefonata, informa Luigi – e noi spettatori – della morte del loro amico, appena avvenuta. Il secondo è Gunter Demnig, un artista tedesco che si è fatto autore – ormai ne ha installate oltre cinquantamila, in tutti i paesi d’Europa – di centinaia e centinaia di “pietre da inciampo”. Sono altrettanti sampietrini, ricoperti da piccole lastre di metallo con sopra stampato il nome e il cognome di una persona deportata in un lager nazista, e colà ammazzata: vengono murate dall’autore sulla soglia della casa dove il povero Cristo viveva. Una umile, geniale maniera di lasciare una traccia, una memoria, un grido contro l’annichilimento totale della vita umana. L’espressione “pietra di inciampo” è tratta dal Epistola di San Paolo ai Romani: “Ecco io pongo nella città di Sion una pietra di inciampo, un sasso che fa cadere. Ma chi crede in lui non sarà deluso”(vedi nota alla fine del paragrafo). Luigi e Marina, però, non vanno incontro soltanto ad amici ma si recano anche presso luoghi amichevoli, ispirati dalle idee, e frequentati dalle persone, che i concetti di libertà, di fraternità e di giustizia sociale condividono e promuovono. Li vediamo così mentre visitano, fittamente parlando tra loro e con gli altri visitatori, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, ammirando capolavori di Courbet, Van Gogh e altri artisti francesi del XIX secolo – nonché intrattenendosi con due simpatiche addette al banco dei caffé – e il Maxi, il Museo d’Arte del XXI secolo, progettato dalla scomparsa Zaha Hadid, architetta irachena nazionalizzata americana, e ispirata a una concezione decostruttivista dello spazio. NOTA: Mentre sto scrivendo queste parole – è il 10 dicembre del 2018 – il Telegiornale annuncia che a Roma qualche teppistello fascistoide e antisemita ha divelto e sottratto “pietre da inciampo” di Gunter Demnig che ricordavano il dramma della deportazione dopo il terribile “sabato nero” del 16 ottobre 1943, di un paio di famiglie ebraiche che vivevano al numero 82 di via Madonna dei Monti. Cosa inventeranno i nostri governanti per difendere simili delinquenti? Che la loro è stata una misura di sicurezza civica per evitare che la gente in quelle pietre inciampasse?

In Sardegna: verso la fine del film, Marina e Luigi si recano nel’isola di cui sono profondamente innamorati. In luoghi che abbiamo, mia moglie ed io, recentemente visitato e ammirato e dai quali abbiamo ricevuto bellezza e sapienza: San Giovanni in Sinis, unico luogo dell’Oristanese in cui potessero salvare la macchina da presa dalle “sciabolate del maestrale”, e Ghilarza, presso la casa-museo di Antonio Gramsci, e per di più alla presenza del nipote Antonio Gramsci Jr, scrittore e musicista, esperto di strumenti da percussione per musica etnica: quella sera a Ghilarza suonava con i Tenores di Neoneli in un concerto ispirato alla vita del nonno, sacrificato dal regime fascista. Sono lieto che Marina e Luigi, che stimo tantissimo, amino Gramsci quanto me: credo che, Marx a parte, egli sia l’unico pensatore marxista che ormai – e con riferimento al solo “Gramsci del carcere” – valga la pena di leggere, studiare, meditare. Di fronte a un mare d’un azzurro che fa piangere di beltà e toccando una sabbia cristallina che fa urlare di meraviglia, Marina saluta infine gli spettatori dicendo loro, anche a nome di Luigi: “A presto: occhi aperti e mente affilata!”. Da parte mia, ci proverò: ve lo prometto. Epilogo. Dediche: Giro di boa è dedicato a due coppie straordinarie della storia del cinema. La prima è composta da Anna Magnani e Pier Paolo Pasolini, filmiche icone per Luigi, allievo morale del neorealismo e della ricerca pasoliniana, e per Roma, di cui son stati entrambi eccelsi cantori; la seconda composta da Fred Astaire e Cyd Charisse, filmiche icone per Marina, che ama appassionatamente il cinema classico americano e il musical, tutti amori che condivido – quello per la danza, peraltro, soltanto se si tratta di guardarla – ma, delle quattro, la dedica che più mi ha sorpreso e rallegrato è stata quella per la indimenticabile Cyd, la più grande danzatrice mai vista sullo schermo del cinema: affascinante, giovanilmente elegante, assieme carnale ed eterea, ogni suo movimento era come mosso dal vento dolce d’una primavera perenne. Debbo però confessare che, più che con Fred Astaire, adoro vederla recitare, e dunque danzare, con Gene Kelly: soprattutto in Brigadoon, 1954, di Vincente Minnelli, fiabesca vicenda d’un magico luogo della Scozia più arcana che ricompare, e rivive, ogni cento anni. Mi spinge a sognare una Roma/Brigadoon che riappare, e riprende a vivere, non proprio ogni cento anni ma ogni volta che un saggio governante o un geniale poeta, un eccellente pittore o un profondo cineasta ne ricostruisce un’immagine rinnovata, purificata, vivificata. Si chiami egli Marco Aurelio o Giovacchino Belli, Michelangelo Buonarroti o Federico Fellini, Pasolini o Rossellini o Faccini, comunque capace di infondere nuova vita e splendore a questa meravigliosa “Cyd Charisse tra le città”. Una mia dedica (all’articolo, logicamente, non al film). Ho avuto la fortuna di conoscere Roma e innamorarmene quand’ero un tosco bambino di sett’anni, perché mio padre, che l’adorava, mi ci portò per una settimana e me la fece vedere tutta, e tutta a piedi, girovagandovi dalla mattina alla sera: fu il mio durevole, indimenticabile, imprinting romano e gliene sarò sempre grato.

Stefano Beccastrini